io... Donna (2006) (Codice: )

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io... Donna (2006)
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Gioventù e maturità si confrontano e, come ci accade dopo aver percorso un bel tratto di strada, ci volgiamo indietro per spiare cosa lasciamo dietro di noi. Scia di sentimenti e affetti o scia di successi? Calore, solitudine, affetti, forza , rabbia o dolore? Cosa è stato più benefico per chi ci ha seguito e accompagnato? Cosa per noi? Solitudine e affanno sono i sentimenti che campeggiano in questo racconto di un'esistenza che porta in sé tutti i fantasmi che aleggiano nell'ultimo scorcio del ventesimo secolo, spadroneggiando nelle coscienze di uomini e donne travolti, come da un “vento di libeccio”, alla ricerca di nuove dimensioni esistenziali da dispiegare non negli angusti confini della terra natia ma in una dimensione necessariamente internazionale, sulla scia del processo inarrestabile, universale di globalizzazione dei rapporti tra gli uomini.
Un affanno travolgente che non lascia spazi e tempi di analisi, riflessione e interiorizzazione, sotto la spinta dei trionfanti valori epocali del potere, denaro, coraggio incondizionato delle azioni. Sull’ara di questi idoli, antichi come il mondo, si depongono oggi i sacrifici più totali degli affetti: tra genitori e figli (l’avvocato Andrea Donati di “Vento di libeccio” romanzo del 2002, sacrifica l’affetto verso la figlia, dimenticandola), tra figli e genitori (la giornalista lascia il padre nella sua totale disperata solitudine) tra uomo e donna (la giornalista e il medico che sposa) secondo riti ormai diffusi e generazionali e non per effetto di isolate ambizioni esistenziali. Una smarrita solitudine, sintesi delle dinamiche del nostro tempo, pungente nelle pause della vita convulsa e indaffarata che travolge in modo inarrestabile nella corsa al successo, unico indicatore efficace di affermazione della nostra personalità, e di una vita utilmente spesa, si ritrova nella protagonista di “io… Donna,”, raccontata con snellezza, e andamento rapido dall'autore, che sceglie di indagare nel suo animo, ma senza troppi indugi e concessioni introspettive, lasciando scorrere celermente la storia della sua esistenza, in un tempo incapace di acconsentire ad indugi sui sentimenti o sulle analisi interiori, che si abbandona alle esperienze, agli amori fortuiti nella corsa al successo, per fermarsi solo dinanzi al fallimento improvviso e totale. L'esistenza della protagonista risulta fin da subito contrassegnata da esigenze discordanti, profilata su un doppio binario: il bisogno di tenerezza (soddisfatto solo dal padre che le de- dica parole dolci e delicate, per dirle tutto il suo bene, nel giorno di avvio di quelle che saranno le tappe significative della sua vita, e cioè della partenza per New York e il giorno del suo matrimonio); l'esigenza di considerazione da parte del mondo degli adulti, che forse nella sua fantasia infantile intravede come indicatore di quelli che saranno i pilastri della sua futura filosofia di vita, ovvero il potere, il denaro, il coraggio delle scelte. Figlia del suo tempo, non ne è  tuttavia dilaniata cosi com'è in corsa, travolta anche lei da un “vento di libeccio”, verso la meta prefissa del raggiungimento del successo, rimandando ad un futuro imprecisato quella voglia di tenerezza che coltiva, come in un sogno sfumato, in una probabile figura di compagno esistenziale dal tratto delicato colto e gentile. Come per il protagonista di “Vento di libeccio” successo e sentimenti si contrappongono a tutto vantaggio del primo, pur se non manca la pausa del bisogno incontenibile di un sentimento durevole e solido, in grado di dare forza all'esistenza stessa, vacillante quando si giunge in maturità, ma che trova conclusioni diverse nei due scritti, visto che il primo tenta, come ultimo ancoraggio, il recupero degli affetti sul potere- successo-denaro, mentre per la seconda è il lavoro l'ancora di salvezza. L'autore supera qui l'indagine di emozioni e sentimenti che si accompagnano a ritratti ed esperienze di fatti e persone di ogni giorno, racconta con linguaggio chiaro e semplice, asciutto e scarno teso ad assecondare l'andamento di un racconto altrettanto scarno di una vita incentrata seccamente sul raggiungimento della meta, unico baluardo esistenziale, senza rinunziare a qualche concessione, con pennellata da acquerello, su sentimenti gentili che fanno tirare un respiro, che umanizzano la durezza, per scelta, della vita della giornalista, decisa e determinata a realizzare e consumare senza volgersi indietro, come quella, la più amabile e sfumata che racchiude il rapporto più intenso e delicato della storia, l'affetto paterno, fino a sfiorare il tratto della purezza: “bastava quello sguardo per dirci le più belle parole del mondo, per raccontarci tutto il bene che ci volevamo, ...che non potevamo vivere lontani…”, “cosa non ho fatto che avrei potuto fare” (nel pianto inarrestabile dinanzi alla sua salma). Il racconto lascia un senso di vuoto e di amarezza, di una vita incompleta, che ritrova un equilibrio parziale ma non l’armonia tra la terra e il cielo tra la ragione e il sentimento, cui la nostra esistenza deve tendere per la completezza armonica della personalità, nonostante l’immagi- ne conclusiva della single, “io… Donna,”, Clara Cardano, donna moderna e razionale, figlia dei tempi, “ben pagata”, “corteggiata”, “soddisfatta”.

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